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La tradizione alimentare e culinaria del Gargano
La
cucina del Gargano presenta caratteri tipici dei quella che è soliti
definire cucina mediterranea.
Si tratta di un’affermazione, che se lasciata così come viene enunciata,
come una locuzione, cioè,
genericamente, quotidianamente e ossessivamente ricorrente, allude a nient’altro
che ad almeno
due ovvietà:
a) la cucina in questione riguarda un’area geografica -oltre che legata
alla storia- abbastastanza
caratteristica, tipica del bacino del Mediterraneo;
b)
in quanto tale, ha utilizzato e utilizza prodotti tipici di quell’ambiente
naturale e di quella storia:
il grano, l’ulivo, la vite, acc..
Detto questo è necessario fare un passo più in là di una semplice
constatazione per rendersi conto
che il “mare nostrum” è una sorta di liquido di cottura –e di coltura
e di coltura- di tanti paesi,di
altrettante cucine con vista sul Mediterraneo: un universo alimentare,
culinario e gastronomico
diversificatissimo nella storia e ancora oggi, nonostante tutte le
contaminazioni interculturali e
intraculturali e tutte le spinte alla omologazione e alla standardizzazione.
Sarà, per esempio, utile riconoscere e rilevare nella cucina garganica,
accanto alla connotazione
mediterranea, quella ulteriormente e più analiticamente descrittiva di
agro-silvo-pastorale, in grado
di spiegare la grande varietà di preparazioni
e di ricette, conseguenza dell’impiego di risorse
alimentari diversissime; da quelle spontanee, come verdure, frutti e bacche,
dei campi e dei
boschi, a quelle prodotte da attività colturali tipiche, continuative e
tradizionali o innovative e
caratterizzate da alterne fortune: frumento e vite, mandorlo, ulivo, agrumi…;
a quelle connesse ad
attività produttive quali l’allevamento, la pastorizia, la zootecnia.
Come sarà interessante esaminare in modo non superficiale il ruolo del mare
nella cucina
garganica, e concludere, probabilmente, per una sua sostanziale non
centralitàfatte salve l’area
sipontina e le abbastanza recenti modificazioni intervenute a seguito del
fenomeno turistico come
risorsa alimentare. E’ una constatazione che non deve meravigliare e non
può apparire infondata
o estrema, ove si consideri che ci occopiamo di un fenomeno, le abitudini
alimentari, che si affida a
tempi lunghi. Per molti, troppi secoli, il mare, oltre ad essere stato fonte
di scambi e traffici ha
rigurgitato minacce, assalti e stragi, per non scomparire, a fasi alterne,
dall’orizzonte favorevole di
vita dei garganici.
Due esempi, diversissimi tra loro, a sostegno.
a) Il venti di luglio, festa di Sant’Elia, patrono di Peschici, i residenti
evitano di fare il bagno. Per
devozione al Santo, si dice. Molto più attendibilmente, come vera e propria
storica misuradi
protezione civile, per evitare che (e per ricordare come) in quel giorno i
pastori, impegnati nel
lavaggio in mare delle greggi e in una concomitante inebriante scampagnata,
vi morissero in gran
numero per imprevidenza e inesperienza.
b) Nell’unico ricettario di cucina garganica attendilile e abbastanza
recente (Arbusti, 1988), su
poco meno di trecento ricette e preparazioni elencate, poco più di trenta,
il dieci per cento circa,
riguardano e prevedono la presenza di prodotti ittici.
Se ai dati appena rammentati si aggiungono quelli relativi al complesso delle
vicende storiche che
hanno investito e riguardato l’area garganica: un succedersi di invasioni,
dominazioni e
infeudamenti, una rete intricata di scambi e contaminazioni, non risulterà
sorprendente imbattersi
in una tavola garganica composita, sulla quale figurano con pari dignità
verdure e paste, minestre
e carni, dolci primordiali e dolci elaborati, frutti spontanei e agrumi,
formaggi e pesci, melasse e
rosolii. Un complesso alimentare e culinario, un sistema, in cui convivono
preparazioni
chiaramente autoctone, legate al territorio, alle produzioni locali, ed echi
di cucine confinanti o di
tradizioni e popoli lontani nel tempo e nello spazio: Romani e Bizantini,
Longobardi e Arabi, Veneziani
e Schiavoni, Abruzzesi, Pugliesi e Napoletani.
Ugualmente non sorprendente sarà constatare che la cucina garganica prevede
ricette in gran
parte contrassegnate dai caratteri della arcaicità, della semplicità, della
povertà, specchio di una
millenaria vicenda di miseria e stenti, nel corso della quale migliaia di
individui sono stati
quotidianamente impegnati nella difficile arte di sopravvivere, di sfamarsi,
di cuocere gli alimenti, più che cucinarli.
E, d’altra parte, tutta la storia della civiltà umana, a tutte le
latitudini, è incentrata sull’obiettivo di
procacciarsi il cibo, di garantirsi l’approvvigionamento delle risorse
alimentari: dalle acrobazie
degli arboricoli al trattato Gatt; dai primi insediamenti garganici, sorti,
molto probabilmente, per
sfuggire all’impoverimento e alla pericolosità delle pianure, agli sforzi
per la ripresa della zootecnia
o per la commercializzazione dei prodotti locali, assillo permanente dell’economia
del Promontorio.
Ma la povertà, la scarsa disponibilità di risorse economiche e alimentari
caratterizza e stimola
(insieme alla ineluttabile e provocatoria contiguità con i luoghi del
potere, della ricchezza e presumibilmente
dell’opulenza e della raffinatezza) la ricerca, la creatività, l’emulazione,
la simulazione, la contaminazione.
Di qui nascono, sul Gargano, i piatti più gustosi, più attenti cioè
rendere gradevole e
appetibile anche la cucina giornaliera, feriale, quella basata su pochi e
poveri ingradienti.
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